
Old Wings Genova
Sezione GAVS - Gruppo Amici Velivoli Storici
L'idroscalo nel Porto di Genova
cura del Cap. Ernesto Serpetta
IDROSCALO DI GENOVA: SI E’ INIZIATO A VOLARE COSI’
La storia del volo in Liguria e a Genova ha origine nel 1910 e, considerando la
naturale vocazione marittima della città, la cultura, le conoscenze e le
capacità tecniche furono presto trasferite anche nel campo aeronautico
sviluppando progetti di aerei idrovolanti oltre a quelli di tipo terrestre.
L’idrovolante aveva il vantaggio di utilizzare la vasta superficie del mare che
offriva spazi privi di ostacoli per decolli e atterraggi e, condizioni marittime
permettendo, non necessitavano della preparazione di piste come negli aeroporti.
Cosi nasceva nel 1928 al Lido di Albaro una scuola di volo per idrovolanti con
il nome di Luigi Borea, per spostarsi nel 1932 nelle acque più protette e
tranquille dell’affollato porto di Genova, presso il bacino “28 ottobre” dove
venne inaugurato l’idroscalo di Genova.
Cosi racconta dal suo libro intitolato “L’arte di volare ( occhio alla penna )”
un vecchio pilota da caccia Camillo Luglio:
“Si cominciava col Caproni 100 idro, appesantito dagli scarponi che sostituivano le ruote. A parte queste difficoltà, la cosa più difficile era il flottaggio in acqua.

Ca 100 terrestre fotografato a Vigna di valle nel giugno 2007.
L'aereo poteva essere in configurazione terrestre, anfibia o idrovolante
Era sufficiente che un po’ di vento al traverso investisse i
piani di coda, perché l’aereo girasse su se stesso come una trottola.
Si doveva manovrare a spuntate di motore: l’acqua sollevata dall’elica
raggiungeva l’abitacolo ed era come aprire il rubinetto della doccia.
Malgrado il CA 100 avesse due timoni piccoli in fondo ai galleggianti, il loro
effetto si sentiva solo quando il velivolo prendeva un po’ di velocità, il che
era difficile poter fare flottando nello stretto specchio d’acqua del porto.
Le spuntate di motore avevano un leggero effetto sui timoni di coda, ma il tutto
non era sufficiente : si potrebbe dire che la cosa più delicata era quindi
arrivare allo scivolo affiancato da un moletto, a minima velocità per non urtare
e danneggiare l’aereo.
Ad aiutare c’era un ragazzo, di poco più di 14 anni, che con stivali di gomma
lunghi sino alle anche, entrava in acqua per afferrare il velivolo ed
attraccarlo: lo ricordo perché si chiama Adriano Ferretto e da semplice scafista
e diventato il pilota collaudatore della Aeronautica Piaggio, autentico esempio
di passione, tecnica ed intelligenza.
I piloti civili genovesi passavano naturalmente dalla Scuola Militare
Idrovolanti di Portorose : si cominciava con l’S59. un barcone a scafo piatto
con sovrastanti due piani di ali (Biplano), motore in alto fra le ali e l’elica
retrostante al motore ed alle ali,senza alcun timone nello scafi per il
flottaggio.
I piloti sedevano sulla prua dello scafo difesi da un piccolo parabrezza, a
cielo aperto.
Qui le acrobazie nautiche e le docce erano all’ordine del giorno; si scendeva a
terra fradici .
Infatti la posizione dei piloti anteriore e bassa e quella dell’elica alta e
retrostante causavano vere cascate d’acqua nel posto di pilotaggio. Altro che
carrello triciclo sterzante e freni sulle pedaliere!
Un altro fenomeno singolare e ricorrente per gli idrovolanti è lo
Qui erano guai. Si cercava di ridurre il pericolo facendo flottare dei motoscafi
oppure con una specie di catenaria di boette bianche, ma molti purtroppo si sono
infilati in acqua.
Gli allievi migliori venivano selezionati per l’idrocaccia (idrovolanti da
caccia) e passavano sul M7 ter, un velivolo del 1922!
Con questo apparecchio similare all’S59, ma più piccolo, più leggero e più
potente si doveva fare tutta l’acrobazia tradizionale.
Il doppio comando era stato realizzato creando un posto (quello posteriore
dell’istruttore) sotto al castello motore: l’istruttore entrava aprendo e
richiudendo una saetta del castello di sostegno del motore, resa apribile.
Ossia egli si chiudeva deliberatamente la gabbia nell’impossibilità di lanciarsi
col paracadute o uscire prontamente dall’aereo.
Sia l’S59 che l’M7 avevano scafo piatto con redan (particolare gradino
trasversale a metà scafo utilizzato anche sui motoscafi da corsa per prendere
velocità).
Nel flottaggio sia per il decollo che per l’ammaraggio il velivolo al minimo
accenno dell’onda, anche piccolissima, batteva maledettamente sull’acqua e
poiché non c’erano ammortizzatori, i colpi si trasmettevano direttamente dal
fondo schiena alla nuca del povero pilota.
Pensate agli ammaraggi e decolli col mare mosso previsti nel corso
addestramento!
Eppure gli allievi, tanto era l’entusiasmo, andavano a gara per volare di più.
Bei tempi dell’aviazione non più pionieristica, ma ancora sportiva! Allora di
Gli allievi correvano in aeroporto (o idroscalo) per prendere il posto ed
aspettavano pazientemente il loro turno. Se non ce la facevano al mattino
tornavano al pomeriggio e via così!
Questo sistema,certamente scomodo,aveva però un vantaggio: si creava una specie
di salotto nel quale gli allievi parlavano tra di loro (naturalmente di volo) e
si scambiavano le diverse impressioni sugli errori commessi e difficoltà
incontrate.
Questo era senz’altro molto utile per concentrare la mente sui problemi di
pilotaggio e sui diversi punti di vista: era già una potenziale esperienza.
Inoltre gli allievi piloti erano molto eleganti: tuta bianca, baschetto
bianco,occhialini da moto,ecc.
L’aviazione allora era considerata uno sport e non uno standard adatto a
chiunque.
L’allievo cominciava col primo volo di "ambientamento" nel quale l’istruttore
gli propinava una serie di evoluzioni piuttosto violente (virate strette,
cabrate, picchiate, manovre semiacrobatiche).
Scesi a terra l’istruttore guardava in viso l’allievo: era divertito? Impaurito?
Pallido in volto? Paonazzo?
Ed a questo punto si permetteva di esprimere chiaramente il suo giudizio
psico-fisico sull’attitudine dell’ allievo.
A parte questo il volo di ambientamento serviva ad eliminare automaticamente
coloro che non avevano il temperamento adatto, ed a selezionare colore che non
avevano le qualità sportive allora necessarie.
Il successivo addestramento era piuttosto rude e quando era necessario si
pigliavano delle botte di "co…ne!"
Sul CA 100 i posti erano in tandem; era allora istruttore molto noto il
Comandante Contigini.
In volo una cosa la spiegava con l’interfonico due o tre volte. Se l’allievo non
capiva o ripeteva l’errore sfilava per un momento la cloche (egli era seduto di
dietro) e la dava in testa all’allievo! E così ha fatto in quarant’anni di
insegnamento centinaia e centinaia di piloti ottimi ed agguerriti.
E tutti gli volevano bene.
Nelle scuole di pilotaggio terrestre, anche i mezzi e le difficoltà erano
simili. Ma senz’altro inferiori, il sistema di insegnamento, s otto il profilo
psico-fisico era praticamente uguale.
Se questo oggi può sembrare inaccettabile sta di fatto però che quei sistemi
piuttosto energici contemporaneamente alle qualità tecniche si creava
nell’allievo pilota il temperamento necessario all’ < IO > soggetto del volo.”

S59 in volo